Mario Trezzi racconta la stagione 2026

14 estati di Camp, 26 di Tornei: la stagione estiva 2026 si è chiusa con numeri importanti, nuovi progetti e, soprattutto, una consapevolezza, dietro ogni risultato raggiunto c’è un gruppo di persone che negli anni è cresciuto insieme.
Per Mario Trezzi, Amministratore Delegato di Brianza Tornei, quella appena conclusa è stata la 14ª estate di Camp e la 26ª di Tornei. Un percorso lungo, durante il quale sono cambiate dimensioni, organizzazione e responsabilità, ma non la voglia di continuare a costruire qualcosa di nuovo.
Partendo proprio dalle parole con cui ha salutato la stagione 2026 sui social, abbiamo provato a fare un bilancio dell’estate appena conclusa e, soprattutto, a capire cosa c’è dietro un'organizzazione diventata negli anni sempre più strutturata.
Nel tuo post hai scritto: “Eppure si chiama lavoro”. Perché?
Prima di tutto c'è un aspetto particolare: questo non è un lavoro standardizzato. In qualche modo me lo sono inventato. Non esisteva un percorso già tracciato, con regole precise o un modello da seguire. È un lavoro che si è costruito negli anni insieme ai progetti, alle esperienze e anche agli errori. Probabilmente è proprio questo uno degli aspetti che continua ad appassionarmi di più: poter immaginare qualcosa che ancora non c'è e provare a trasformarlo in qualcosa di concreto.
E poi perché ci sono giornate in cui lavoriamo tantissimo, soprattutto durante l'estate. Gli orari sono lunghi, gli imprevisti sono continui e ci sono inevitabilmente momenti di stanchezza. Eppure continuo ad avere la fortuna di fare qualcosa che mi piace.
Credo che la differenza sia tutta lì. Quando costruisci un progetto nel quale credi, insieme a persone che condividono almeno in parte la tua stessa passione, anche le giornate più complicate assumono un significato diverso. Non significa che sia sempre facile o divertente. Significa semplicemente che, quando arrivi alla fine e guardi quello che hai costruito, la fatica ha un senso.
La stagione 2026 si è chiusa con risultati molto importanti. Quanto contano i numeri?
Contano, sarebbe sbagliato dire il contrario. I numeri ci permettono di capire se stiamo lavorando nella direzione giusta. Avere più partecipanti, vedere crescere i Camp, consolidare i Tornei e sviluppare nuovi progetti significa ricevere una risposta concreta da parte delle famiglie e delle persone che scelgono le nostre attività. Ma i numeri, da soli, raccontano soltanto una parte della storia.
La vera soddisfazione è vedere famiglie che tornano anno dopo anno, ragazzi che crescono con noi e persone che magari hanno iniziato partecipando alle nostre attività e oggi fanno parte dello staff. Quello secondo me è il risultato più bello.
Nel tuo messaggio di fine stagione hai dedicato molto spazio alla squadra. Quanto è importante oggi il team?
È fondamentale.Brianza Tornei e Tiki Camp oggi non potrebbero funzionare grazie a una singola persona. La dimensione raggiunta dai nostri progetti rende necessario avere persone capaci di assumersi responsabilità, prendere decisioni e risolvere problemi. Negli anni abbiamo costruito un gruppo molto eterogeneo. Ci sono persone con esperienze diverse, caratteri diversi e anche età molto diverse.
E credo che questa sia una forza. Non cerchiamo persone tutte uguali. Cerchiamo persone che abbiano voglia di lavorare, imparare, proporre e soprattutto sentirsi parte di qualcosa.
Hai parlato di un “ambiente sano”. Cosa significa concretamente?
Significa innanzitutto poter essere se stessi. Non voglio raccontare un ambiente perfetto perché non esiste. Anche da noi si discute, ci si confronta, si commettono errori e qualche volta arrivano anche i rimproveri. Ma penso che le persone sappiano che dietro una critica o una discussione non c'è mai la volontà di mettere qualcuno in difficoltà. C'è un obiettivo comune: fare bene le cose.
Per me un ambiente sano è anche un luogo nel quale ogni persona deve avere la possibilità di esprimere tutte le proprie potenzialità. Significa poter portare un'idea, proporre un progetto, suggerire una strada diversa o anche mettere in discussione qualcosa che facciamo, senza avere paura di esporsi.
Non tutte le idee possono diventare progetti e non tutte le proposte possono essere realizzate, naturalmente. Ma voglio che chi lavora con noi sappia di avere la possibilità di proporle. Credo che molte delle cose migliori che abbiamo costruito negli anni siano nate proprio dal confronto e dalle idee delle persone del nostro gruppo.
E poi c'è un'altra componente che per me è importantissima: divertirsi. Passiamo tantissimo tempo insieme. Se quell'ambiente diventasse esclusivamente lavoro, regole e responsabilità, perderemmo una parte fondamentale della nostra identità. Appena possiamo scherziamo, giochiamo e ridiamo. Probabilmente è anche questo che negli anni ha reso il gruppo così unito.
Quest’anno hai detto di aver delegato molto più che in passato. È stato un cambiamento importante?
Sì, probabilmente uno dei più importanti. Delegare non è semplicemente dire a qualcuno cosa deve fare. Significa permettergli di prendere decisioni e accettare anche che alcune cose possano essere fatte diversamente da come le avresti fatte tu. Per chi ha costruito e seguito direttamente un progetto per tanti anni non è sempre semplicissimo. Quest'estate però mi sono reso conto ancora più chiaramente che abbiamo persone preparate e affidabili.
Ho delegato molto e la macchina ha continuato a funzionare. Per me questa è probabilmente una delle migliori notizie della stagione 2026, perché significa che l'organizzazione sta crescendo davvero.
Quindi il ruolo del responsabile cambia quando cresce l'organizzazione?
Deve cambiare per forza. All'inizio fai praticamente tutto. Organizzi, controlli, risolvi problemi e spesso sei presente fisicamente ovunque. Quando l'organizzazione cresce questo modello non è più sostenibile.
Il compito diventa creare un sistema che funzioni anche senza la tua presenza continua. Devi dare alle persone strumenti, responsabilità e fiducia. Naturalmente devi continuare a controllare e devi esserci quando serve, ma non puoi essere il punto attraverso il quale deve necessariamente passare ogni decisione.
È un percorso che stiamo facendo e sul quale abbiamo ancora molto da migliorare.
Dopo 14 estati di Camp e 26 di Tornei, cosa è cambiato maggiormente?
Probabilmente la complessità. All'inizio c'erano molte meno attività e molte meno persone coinvolte. Oggi dietro una stagione ci sono mesi di programmazione, procedure, comunicazione, amministrazione, rapporti con famiglie, collaboratori, strutture e partner.
Quello che dall'esterno può sembrare semplicemente un Camp o un Torneo è in realtà il risultato del lavoro di tantissime persone.
La crescita ci ha obbligati a diventare più organizzati e professionali, senza però perdere quella parte un po' artigianale che secondo me ci caratterizza ancora.
Mi piace pensare che siamo diventati più strutturati senza diventare impersonali.
C'è qualcosa di cui sei particolarmente soddisfatto guardando al percorso fatto?
Sicuramente delle persone.
I progetti cambiano, i numeri possono crescere o diminuire e ogni stagione porta risultati differenti. Aver costruito nel tempo un gruppo che continua a esserci e nel quale entrano continuamente ragazzi giovani è qualcosa che vale molto. Abbiamo persone che sono con noi da tantissimi anni e altre che stanno iniziando adesso il loro percorso. Vedere queste generazioni lavorare insieme è probabilmente uno degli aspetti che mi rende più orgoglioso.
Significa che non abbiamo costruito soltanto degli eventi, abbiamo costruito un ambiente.
La stagione 2026 è appena terminata. Si riesce almeno per qualche giorno a non pensare alla prossima?
Direi di no. Naturalmente serve qualche giorno per rallentare, fare il punto e capire cosa ha funzionato e cosa invece dobbiamo migliorare.
Ma la verità è che molte idee per il 2027 sono già nate mentre stavamo ancora vivendo l'estate 2026. È sempre stato così. Ogni stagione ti insegna qualcosa e inevitabilmente, mentre risolvi un problema o sperimenti una novità, inizi già a pensare a come fare meglio l'anno successivo.
Probabilmente è anche questo che ci ha permesso di arrivare fin qui.
Se dovessi riassumere questa stagione con una parola?
Fiducia.
Fiducia nelle persone che lavorano con noi, fiducia nel percorso che abbiamo intrapreso e fiducia nella capacità del gruppo di continuare a crescere.
Quest'anno ho avuto una conferma importante: posso delegare, posso lasciare spazio e posso contare sulle persone che ho accanto.
Per chi è abituato da tanti anni a essere presente praticamente ovunque non è una cosa da poco.
La stagione 2026 finisce quindi con tanti risultati da festeggiare, ma soprattutto con una squadra ancora più consapevole delle proprie possibilità.
La 14ª estate di Camp e la 26ª estate di Tornei entrano nell'archivio.
Quella del 2027, invece, in qualche modo è già cominciata.
